• Stiamo praticando all’aperto, Ci incontriamo presso Centro sportivo Intesa,Via Mazzitelli 43 (vicinanze Nicolaus Hotel). Lunedì, Mercoledì e Venerdì dalle 19:00 alle 20:30.Martedì e Giovedì dalle 14:00 alle 15:30.

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La forma è vuoto, il vuoto è forma

Nella pratica delle arti marziali giapponesi si fa un ricorso specifico ai cosiddetti “kata” (型 o 形 kanji traducibile come modelli o forme) che consistono in una precisa sequenza codificata. Attraverso la ripetizione continua dei kata si trasmettono i principi ad essi sottesi e si cerca di tramandare l’arte in maniera da non stravolgerla o modificarla. Ritroviamo la struttura dei kata sia nelle arti marziali come karate, judo, kendo, iaido, jodo ma anche nello shodo (calligrafia) e nel sado (cerimonia del tè).

A prima vista anche nella nostra arte pratichiamo dei kata perché ripetiamo incessantemente gli stessi movimenti fino a renderli il più possibile simili a quelli del nostro sensei. Il maestro H. Tada ci ripeto però continuamente che nell’aikido non ci sono kata; come conciliare questa apparente contraddizione?

Credo che innanzitutto le forme devono essere vive e rinnovarsi ogni qualvolta che le eseguiamo come se le praticassimo per la prima volta. Poi occorre interiormente essere liberi dalla forma: benché eseguiamo un movimento codificato seguendo dei movimenti precisi e delle linee rigorose, la sensazione che proviamo è di completa libertà e apertura.

Per poter fare in modo che le tecniche siano vive, vibranti, senza vincoli formali occorre praticare quello che ci viene offerto dagli insegnamenti del kinorenma: radicamento, centratura nell’hara, espansione dell’energia vitale, unione con uke, non contrapposizione, vuoto mentale.

Possiamo fare un parallelismo di quanto detto con il “sutra del cuore [1]” che afferma: “la forma è il vuoto, il vuoto è la forma”. Questa affermazione si lega all’idea dell’impermanenza di tutte le cose, alla non esistenza intrinseca di tutti i fenomeni fisici e psichici. Riferito alla nostra pratica, dovremmo dunque allenarci senza perdere di vista il fatto che:

  • “la forma è vuoto” per cui eseguendo le singole tecniche occorre rimanere connessi alla sensazione interiore di insostanzialità e vuoto (sunyata).
  • “il vuoto è forma” che ci insegna che, sul nostro piano terreno relativo, per esprimere il vuoto occorre ancorarlo ad una forma. L’importante è non rimanere aggrappati alla tecnica perdendo di vista l’essenziale.

[1] È un sūtra Mahāyāna del gruppo della Prajñāpāramitā, molto conosciuto e diffuso nei paesi di tradizione mahāyāna per la sua brevità e densità di significato, che si ritiene sia stato composto intorno al I secolo d.C.

Aikido: l’arte di essere “indifesi”

Si dice che l’aikido, insieme ad altre arti come il judo, sia una disciplina di auto-difesa per distinguerla da altre più prettamente aggressive e di attacco come il Karate.

Questa definizione seppure corretta da un punto di vista che potremmo definire “esteriore”, risulta – ad una visione più profonda – errata. Infatti paradossalmente si potrebbe affermare che l’aikido è l’arte dell’essere indifesi, del rimanere aperti e “vulnerabili” di fronte all’avversario e, più in generale, di fronte alla vita. Di fatto, i termini stessi di nemico, avversario, attaccante, aggressore, ecc., sarebbero da eliminare dal nostro lessico per utilizzare quelli più consono di partner o di aiutante. In realtà la vera forza si trova proprio nel rinunciare alla lotta e all’aggressione come mezzo per risolvere i conflitti. La vera forza si raggiunge quando apriamo il cuore e abbiamo il coraggio di allargare le braccia e porci in una condizione di vulnerabilità e delicatezza…

Perché affermo questo? Cosa significa rimanere indifesi mentre qualcuno ci aggredisce? Non è forse un controsenso rispetto ad una disciplina che si propone di insegnare come difenderci?

Queste domande, e l’apparente paradosso della tesi qui descritta, nasce da una visione superficiale dell’aikido se comparata con gli insegnamenti di O sensei.

Se ci chiudiamo in difesa preparandoci a ricevere un attacco, perdiamo il collegamento con la forza universale del ki  perché portiamo in tensione il nostro corpo e “contraiamo” la nostra anima, Così facendo non possiamo attivare il nostro kokyu-ryokyu, ci allontaniamo dal Centro e non siamo più collegati al nostro innato potere. In ultima analisi ci separiamo dal Tutto e diventiamo deboli. Di fatto lo stesso porci in difesa scatena l’evento aggressivo. Per la legge della sincronicità noi attiriamo nel nostro campo di esperienza esattamente quello che emaniamo. In altri termini, se ho paura di un evento X, quella situazione sarà attratta dalla mia stessa disposizione di animo.

Questo è molto evidente a livello delle reazioni psicologiche degli individui. Per esempio se si ha paura di essere rifiutati automaticamente ci si pone in una condizione di freddezza e distanza che determina il rifiuto da parte degli altri e questo conferma la tesi iniziale (“gli altri mi rifiutano”). Il problema è che l’individuo in questione non vede la propria parte, non si rende conto che è lui a scatenare il rifiuto ma “proietta” sugli altri l’opposizione verso di lui. E questo vale anche per tutti i temi come anche la paura di essere aggrediti.

Qual è quindi il nostro compito? Come si rimane indifesi e vulnerabili?

Credo che possiamo distinguere quattro livelli:

  • Rilassarsi a livello fisico (in particolare nuca e spalle).
  • Smettere di lottare, di chiudersi e di aver paura a livello delle nostre emozioni.
  • Coltivare pensieri di fratellanza e di unione comprendendo la forza dell’amore.
  • Collegarsi al Tutto diventando “uno con il tutt’Uno” ricorrendo alla preghiera e alla meditazione.

Ma ognuno deve trovare la sua propria strada e capire come lavorare per raggiungere questo obiettivo.

Normalmente in aikido quasi tutti i praticanti capiscono e accettano l’importanza del rilassamento a livello fisico. Molto pochi praticano meditazione e kinorenma, quanto agli altri aspetti credo che pochi gli dedicano sufficiente tempo e attenzione… Questo è comprensibile perché chi si avvicina allo studio di un’arte marziale è sicuramente interessato all’archetipo di marte-ares, il dio della guerra dei greci e dei romani. Nel migliore dei casi si opta per una disciplina di difesa piuttosto che di offesa, ma praticare addirittura un arte marziale che invita a rimanere indifesi beh… questo è troppo! D’altronde io sono giunto a queste riflessioni solo dopo 28 anni di pratica…

Buon keiko ”indifeso” a tutti.

La meditazione Zen

Esistono molte forme e stili di meditazione, qui descriveremo la meditazione zen: si sta seduti sul cuscino (zafu) tenendo ben diritta la spina dorsale, le orecchie e le spalle risultano allineate e queste ultime devono essere “aperte” e rilassate; il mento è rientrato e la testa è “spinta” verso l’alto con la nuca “stirata”. Le mani formano la “mudra cosmica”: il dorso della mano sinistra è appoggiato sul palmo della destra, i
medi sono sovrapposti, i pollici si toccano leggermente, le mani formano così un ovale. Esse sono tenute aderenti al corpo con i pollici all’altezza dell’ombelico, mentre le braccia sono leggermente discostate dal tronco.
Per quanta riguarda le gambe si può ricorrere al:

  • “loto completo” – kekka-fuza in giapponese (entrambe le gambe vengono incrociate
    e il dorso dei piedi viene posato sulla coscia opposta);
  • “semiloto” – hanka-fuza in giapponese (un solo piede poggia sulla coscia opposta,
    l’altro a terra);
  • “quarto di loto” (un solo piede poggia sul polpaccio opposto, l’altro a terra);
  • “posizione semplice” (entrambi le gambe, incrociate, poggiano sul tatami);
  • chi avesse difficoltà a stare nella posizione a gambe incrociate è possibile anche meditare seduti su una panca o su una sedia con i piedi in appoggio a terra.

Si parte dalla stabilizzazione del corpo sulla terra sentendo chiaramente l’appoggio del bacino sul cuscino (a livello di osso sacro e tuberosità ischiatiche) e delle ginocchia sul tatami, quindi si percepisce la verticalizzazione della colonna vertebrale e dell’intero corpo che tende verso il cielo e si pone poi attenzione al baricentro del
corpo (l’hara) rivolgendo la piena concentrazione sulla respirazione. Si utilizza il naso sia per l’inspirazione sia per l’espirazione. Gli occhi sono tenuti aperti con lo sguardo che fissa un punto a terra a circa un metro e mezzo di distanza.

L’atmosfera generale deve essere calma, rilassata e gioiosa. Nella pratica, si inizia con il contare gli atti respiratori da uno a dieci e poi si riparte da uno. Questa pratica si chiama susoku-kan, cioè “contemplazione del conto dei respiri”. Si passa poi alla semplice osservazione del respiro (definita zuisokukan) per passare infine al vuoto mentale (anjodaza) dove si dimora nel silenzio dell’Essere attraverso la semplice pratica dello stare “soltanto seduti” detta shikantaza nella quale non ci si serve di
alcun metodo ma si fa solo zazen.

I Maestri affermano che la meditazione zen non serve a nulla, che non ci deve essere nessuno scopo nello stare seduti. Volendo però accontentare la mentalità occidentale, assetata di spiegazioni, possiamo affermare che l’obiettivo della meditazione è quello di imparare ad andare oltre l’ego, il carattere, la falsa immagine di se stessi per identificarsi con il Sé, l’Atman, la natura di Buddha, il Testimone, la Coscienza universale, il Vero Io. In altri termini, si tratta di trovare la propria vera Essenza non condizionata e non “colorata” dai contenuti psichici, abbandonando l’errata identificazione con sensazioni, emozioni e pensieri per realizzare l’unione con il Tutto, scopo di ogni vera pratica spirituale e mistica.

Lo stesso termine aikido (via – do – dell’armonia – ai – con l’Energia universale – ki) richiama a questo obiettivo che va messo al centro del nostro impegno durante la pratica.

La meditazione è dunque parte integrante dell’apprendimento dell’aikido.

Uno cuscino zafu: l’occorrente per praticare la meditazione

Libri consigliati:
“Mente zen, mente di principiante” di S. Suzuki – Ubaldini
“Zen radicale” – Ubaldini
Sul rapporto tra zen e cristianesimo
“Così la neve al sol si dissigilla” di J. Kopp – Appunti di viaggio
“Zen, via verso la luce” di H Vassalle – Appunti di viaggio
In generale, sulla meditazione consiglio il video e i libri di E. Tolle

Il braccio che non si piega

Questo esercizio è sia un test sia un allenamento per studiare la “condizione assoluta”. La condizione assoluta è uno stato di unione, di non-contrapposizione, di armonia rispetto alla “condizione relativa” che, al contrario, si crea quando siamo in opposizione e in conflitto con gli altri e con la vita in generale. Questa “condizione” si può definire come “un’atmosfera” che riguarda sia il corpo che la mente, che sono strettamente collegati. La “condizione assoluta” va costantemente ricercata e tenuta nella pratica dell’aikido.

Per effettuare i test ci si pone in posizione di hanmi con un braccio sollevato diritto e parallelo al tatami (lo sguardo è puntato verso l’indice della stessa mano), tutto il corpo è rilassato e questa condizione (forma del corpo e rilassamento) rimane invariata per tutti e sei i test; invece la condizione interiore (mentale) viene diversificata per esaminare l’effetto che i nostri pensieri e lo stato mentale determinano sul nostro corpo. Per sperimentare tutto questo un partner ci aiuta provando a piegarci il braccio bloccando il polso e facendo leva sul gomito.

Test 1: Creare una condizione relativa utilizzando un pensiero di contrapposizione

Chi riceve il test (A) si pone in posizione di hanmi alza un braccio (conviene provare prima con un braccio poi con l’altro) guarda la punta dell’indice e rimane rilassato non esercitando alcuna resistenza muscolare. Quando A è pronto, il partner (B) prova a piegargli il braccio mentre A interiormente pensa frasi del tipo: “Non voglio che mi si pieghi il braccio, mi oppongo alla tua forza, mi separo da te…”. Sia c A che B sentono la condizione interiore dell’atmosfera relativa creata e l’effetto del test.

Test 2: Creare una condizione assoluta utilizzando un pensiero (o un’immagine) di non-contrapposizione

Adesso A immagina che il suo braccio sia una sbarra di ferro oppure immagina di essere nato con un braccio diritto senza il gomito. Crea quindi un pensiero assoluto che non entra in contrasto con B. Non cerca quindi di impedire l’azione del partner ma si concentra solamente sulla propria immagine interiore. Sia c A che B sentono la condizione interiore e l’effetto del test.

Test 3: Creare una condizione assoluta utilizzando una sensazione interiore (un suono) di non-contrapposizione

In questo terzo test A emette un suono (vibrazione) attraverso il braccio disteso mentre B cerca di piegargli il braccio.

Test 4: Creare una condizione assoluta utilizzando una sensazione interiore (metà suono/metà senza suono) di non-contrapposizione

Questo quarto test è identico al precedente solo che il suono (vibrazione) emesso attraverso il braccio disteso viene interrotto a metà espirazione.

Test 5: Creare una condizione assoluta utilizzando una sensazione interiore (vibrazione silenziosa) di non-contrapposizione

Questo quinto test è identico al precedente solo che la vibrazione non è legata all’emissione sonora ma è prodotta in silenzio.

Test 6: Creare una condizione assoluta entrando in anjodaza (vuoto mentale)

In questo ultimo test A entra in anjodaza cioè in una condizione meditativa e in questa condizione sperimenta come cambia la condizione del suo corpo.

Attraverso questo allenamento possiamo comprendere:

  • quando siamo in una condizione relativa (di contrapposizione) e quando in quella assoluta (di unione);
  • come cambia la nostra condizione corporea e la nostra forza modificando lo stato mentale;
  • come sviluppare la condizione assoluta;
  • in quale maniera praticare correttamente aikido (stare in anjodaza).

Il nostro dojo

Orario delle lezioni

L’attività dell’associazione si svolge per lo più presso il nostro dojo. Siamo molto attivi anche su facebook per la teoria e le curiosità. Il Dojo Indirizzo: Traversa Petroni Giulio, 39, 70124 Bari BA Aikido 14:10 – 15:20 – Lunedì \ Mercoledì \ Venerdì 19:20 – 20:00 – Lunedì \ Mercoledì \ Venerdì

Il maestro

Fabrizio Ruta Sono nato a Bari il 27 novembre del 1963 e ho iniziato a praticare aikido nel 1980 sotto la guida di Antonio Bosna. È stato un amore a prima vista che, tra alti e bassi (ogni vera Via fa attraversare momenti di dubbio, sconforto e crisi), continua ancora oggi a

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