TrCeCarre

Nel titolo di questo articolo si può riassumere il senso della pratica aikidoistica, che noi normalmente traduciamo nella nostra attività, secondo gli insegnamenti del nostro direttore didattico, il maestro H. Tada, con: “unirsi ad uke”, “non contrastare uke”, “eseguire un movimento e una tecnica assoluta”.

Cosa indica tutto ciò, cosa vuole dare ad intendere?

Significa che paradossalmente, attraverso l’aikido – lotta trasformata in arte e in cammino di consapevolezza ed autorealizzazione – occorre abbandonare il conflitto, lo scontro, superando la polarità.

Questo mondo appare alla nostra coscienza come espressione di due principi antagonisti che si oppongono ed alternano, continuamente definiti nella tradizione cinese come Yin e Yang: alto/basso, giusto/ingiusto, sano/malato, caldo/freddo, debole/forte…

La maggior parte degli esseri umani tende a fissarsi su un polo rifiutando l’altro. Per esempio si combatte contro la malattia, la debolezza, il brutto e contro tutto quello che non ci piace fissandoci sul polo opposto (salute, forza, bellezza) rifiutando gli aspetti che non accettiamo nel mondo esterno e dentro di noi.

Agendo in questa maniera, accade che i temi rifiutati e combattuti scendano nella profonda inconsapevolezza costituendo quella che C. G. Jung definì ombra, la nostra parte oscura che non riconosciamo e non accettiamo in noi (e fuori di noi).

Ecco allora che nella pratica aikidoistica noi ci confrontiamo con il polo rifiutato, rappresentato da uke (l’antagonista), facciamo pace con lui, lo annettiamo a noi. Facciamo questo in due maniere:

1) alternando continuamente i ruoli di uke e tori (quindi essendo attivi e passivi, attaccanti e difensori, “perdenti” e “vincenti”).

2) Non cercando di vincere ed eliminare uke, ma integrandolo, evitando di subire i suoi attacchi e contemporaneamente rispettandolo.

Tutto questo si evince nell’assenza di gare e competizioni di ogni genere nella nostra Arte.

Quando uke ci “attacca” occorre dunque unirsi a lui evitando lo spontaneo chiudersi in difesa, la tensione corporea, la voglia di sopraffare e contrastare l’altro.

In altri termini si tratta di fare i conti con il nostro ego che attraverso la paura, l’orgoglio, la rabbia, cerca di sopravvivere. L’ego purtroppo esiste come realtà separata dal Tutto e in quanto tale, paventa la sua fine e il suo annullamento se perde i suoi confini e se smette di lottare per autodefinirsi.

In realtà è proprio questo il dilemma: se smettiamo di combattere e di opporci , l’ego, in quanto entità separata, muore e, poiché ci identifichiamo con l’ego credendo di essere lui non ci apriamo, non ci abbandoniamo alla Vita, facciamo resistenza, combattiamo.

Solo spostando l’identificazione dall’ego al vero Io, la nostra vera essenza, lo spirito, la natura di Budda, il Cristo in noi, possiamo praticare l’unione con l’altro, il diverso, il rifiutato…

Quindi possiamo indicare simbolicamente tori come il portatore di tutti gli aspetti luminosi nei quali ci identifichiamo e accettiamo, mentre uke è il rappresentante dell’Ombra cioè dei tratti presenti all’esterno e all’interno che rifiutiamo e combattiamo: il nemico da amare (vedi tabella sottostante).

Tori

Tori Uke
Yang Yin
Attivo Passivo
Luce Buio
Conscio Inconscio
Aspetti riconosciuti ed accettati in noi Aspetti non visti e negati in noi
Aspetti che ci piacciono del mondo esterno Aspetti che non ci piacciono del mondo esterno

Non pensate adesso a grandi imprese, al perdono totale di tutto e tutti… iniziamo dalle piccole cose.

Avete mai osservato che quando piove (anche quando si tratta di una pioggerellina appena accennata) ci contraiamo fisicamente? E le lamentele che proferiamo quando fa freddo o un rumore fastidioso invade la nostra coscienza?

O quando le cose non vanno a modo nostro? O quando un piccolo disturbo di salute ci affligge?

In tutti questi casi la pioggia, il freddo, il rumore, il disagio diventano dei nemici da cui difenderci: il corpo si contrae, l’anima protesta, pensieri negativi ci invadono e diventiamo di umore nero… È questo il terreno della pratica nella vita quotidiana uniamoci agli “uke” che il mondo ci presenta, facciamo tenkan di fronte alle scomodità e alle cose che “non dovrebbero esserci” in questo mondo, secondo la nostra particolare visione soggettiva e alla nostra cultura e pensiero dominante.

Chi pratica aikido non dovrebbe limitarsi a “tirare” con gli altri, a diventare più forte, a criticare gli altri praticanti e stili ma innalzare il suo obiettivo dal piano puramente tecnico e fisico a quello psicologico e spirituale come ci ha chiesto di fare il Fondatore il Maestro Morihei Ueshiba e come ci indica costantemente nei suoi seminari il Maestro H. Tada.

Fabrizio Ruta