La forma è vuoto, il vuoto è forma

Nella pratica delle arti marziali giapponesi si fa un ricorso specifico ai cosiddetti “kata” (型 o 形 kanji traducibile come modelli o forme) che consistono in una precisa sequenza codificata. Attraverso la ripetizione continua dei kata si trasmettono i principi ad essi sottesi e si cerca di tramandare l’arte in maniera da non stravolgerla o modificarla. Ritroviamo la struttura dei kata sia nelle arti marziali come karate, judo, kendo, iaido, jodo ma anche nello shodo (calligrafia) e nel sado (cerimonia del tè).

A prima vista anche nella nostra arte pratichiamo dei kata perché ripetiamo incessantemente gli stessi movimenti fino a renderli il più possibile simili a quelli del nostro sensei. Il maestro H. Tada ci ripeto però continuamente che nell’aikido non ci sono kata; come conciliare questa apparente contraddizione?

Credo che innanzitutto le forme devono essere vive e rinnovarsi ogni qualvolta che le eseguiamo come se le praticassimo per la prima volta. Poi occorre interiormente essere liberi dalla forma: benché eseguiamo un movimento codificato seguendo dei movimenti precisi e delle linee rigorose, la sensazione che proviamo è di completa libertà e apertura.

Per poter fare in modo che le tecniche siano vive, vibranti, senza vincoli formali occorre praticare quello che ci viene offerto dagli insegnamenti del kinorenma: radicamento, centratura nell’hara, espansione dell’energia vitale, unione con uke, non contrapposizione, vuoto mentale.

Possiamo fare un parallelismo di quanto detto con il “sutra del cuore [1]” che afferma: “la forma è il vuoto, il vuoto è la forma”. Questa affermazione si lega all’idea dell’impermanenza di tutte le cose, alla non esistenza intrinseca di tutti i fenomeni fisici e psichici. Riferito alla nostra pratica, dovremmo dunque allenarci senza perdere di vista il fatto che:

  • “la forma è vuoto” per cui eseguendo le singole tecniche occorre rimanere connessi alla sensazione interiore di insostanzialità e vuoto (sunyata).
  • “il vuoto è forma” che ci insegna che, sul nostro piano terreno relativo, per esprimere il vuoto occorre ancorarlo ad una forma. L’importante è non rimanere aggrappati alla tecnica perdendo di vista l’essenziale.

[1] È un sūtra Mahāyāna del gruppo della Prajñāpāramitā, molto conosciuto e diffuso nei paesi di tradizione mahāyāna per la sua brevità e densità di significato, che si ritiene sia stato composto intorno al I secolo d.C.

Sono un essere umano sul Cammino, come tutti (che ne siano consapevoli o meno). Attualmente sono VI dan di Aikido, Shihan e membro della Direzione Didattica dell'Aikikai d'Italia. Pratico e insegno meditazione, tecniche di rilassamento e respirazione. Tengo seminari di aikido in Italia e all’estero.
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