La forma è vuoto, il vuoto è forma

Nella pratica delle arti marziali giapponesi si fa un ricorso specifico ai cosiddetti “kata” (型 o 形 kanji traducibile come modelli o forme) che consistono in una precisa sequenza codificata. Attraverso la ripetizione continua dei kata si trasmettono i principi ad essi sottesi e si cerca di tramandare l’arte in maniera da non stravolgerla o modificarla. Ritroviamo la struttura dei kata sia nelle arti marziali come karate, judo, kendo, iaido, jodo ma anche nello shodo (calligrafia) e nel sado (cerimonia del tè).
A prima vista anche nella nostra arte pratichiamo dei kata perché ripetiamo incessantemente gli stessi movimenti fino a renderli il più possibile simili a quelli del nostro sensei. Il maestro H. Tada ci ripeto però continuamente che nell’aikido non ci sono kata; come conciliare questa apparente contraddizione?
Credo che innanzitutto le forme devono essere vive e rinnovarsi ogni qualvolta che le eseguiamo come se le praticassimo per la prima volta. Poi occorre interiormente essere liberi dalla forma: benché eseguiamo un movimento codificato seguendo dei movimenti precisi e delle linee rigorose, la sensazione che proviamo è di completa libertà e apertura.
Per poter fare in modo che le tecniche siano vive, vibranti, senza vincoli formali occorre praticare quello che ci viene offerto dagli insegnamenti del kinorenma: radicamento, centratura nell’hara, espansione dell’energia vitale, unione con uke, non contrapposizione, vuoto mentale.
Possiamo fare un parallelismo di quanto detto con il “sutra del cuore ” che afferma: “la forma è il vuoto, il vuoto è la forma”. Questa affermazione si lega all’idea dell’impermanenza di tutte le cose, alla non esistenza intrinseca di tutti i fenomeni fisici e psichici. Riferito alla nostra pratica, dovremmo dunque allenarci senza perdere di vista il fatto che:

  • “la forma è vuoto” per cui eseguendo le singole tecniche occorre rimanere connessi alla sensazione interiore di insostanzialità e vuoto (sunyata).
  • “il vuoto è forma” che ci insegna che, sul nostro piano terreno relativo, per esprimere il vuoto occorre ancorarlo ad una forma.

L’importante è non rimanere aggrappati alla tecnica perdendo di vista l’essenziale.

Vuoto

Vuoto – Kanji

Fabrizio Ruta